Era inevitabile che accadesse, ed ora il momento è maturo: dopo anni di evoluzione, di cambiamenti e di adattamenti, la rete – il web – per come lo conoscevamo – sta morendo. Attenzione, il web, non internet – come sentenzia Wired.com di questo mese – già perché internet è il mezzo, lo strumento che ha portato una rivoluzione in ogni ambito possibile ed immaginabile della nostra vita, il web è il modo in cui ne abbiamo fruito – fino a ieri.

Ci siamo abituati a legare ogni azione a uno strumento specifico: è normale, è più comodo, è più veloce e l’evoluzione passa attraverso innovazioni che agevolano le cose, non che le complicano. Appunto, è normale. Ci stiamo abituando a tutto questo anche per un’altra ragione – collegata e complementare – ed è l’impressionante rapidità con cui la diffusione degli smartphone sta superando quella dei “normali” telefoni cellulari (Nielsen prevede che in Italia il sorpasso dei primi avverrà entro il 2012).

Se pensiamo poi che – secondo Morgan Stanley entro 5 anni gli accessi online avverranno per la maggior parte attraverso device mobile piuttosto che tramite desktop, capiamo che il fatto di legare la nostra esperienza online ad apparecchi con display di dimensioni ridotte – o comunque inferiori a quelle di un computer tradizionale – diventi un’esigenza: le applicazioni sono appositamente studiate per schermi più piccoli e sono interamente dedicate all’azione da compiere (quanti di voi sarebbero felici di usare Twitter via web piuttosto che via Twitterrific, Tweetdeck o altro sullo schermo di un iPhone?).

E dopo questa doverosa (…magari un po’ lunga) premessa veniamo al punto: l’applicazione che negli ultimi 10 anni ha maggiormente cambiato le abitudini di milioni di persone è Facebook. E pensateci, più Facebook diventa parte delle nostre vite, delle nostre relazioni, ma anche del nostro business, più il legame con Facebook si fortifica, genera un vero e proprio fenomeno di lock-in tra noi e la creatura di Zuckerberg.

Tutto questo si ripercuote inevitabilmente anche – e soprattutto – su chi online ha investito per garantirsi una presenza (in una prima fase), una visibilità (qualche anno più tardi), un’interazione (un po’ più recentemente) e un rapporto (fino a qualche anno fa) con i propri consumatori – acquisiti o prospect – attraverso un sito web.

Bene. La brutta notizia per tutti quelli di cui sopra è che sembra proprio che i vostri siti rischino di diventare dei – bellissimi – orpelli di cui potreste quasi fare a meno.
La bella notizia è che non è esattamente così, almeno, non lo è per tutti, ma soprattutto c’è tutto il tempo di rimediare – fermandosi un attimo a pensare come investire i prossimi budget.

Impressionante. Impressionante soprattutto se confrontiamo alcuni numeri con gli accessi ai siti “tradizionali” degli stessi brand, per farvi un’idea: Kraft Foods’ Oreo ha circa 8.7 milioni di Like su Facebook, con circa 71.000 nuove adesioni al giorno…e il sito? Beh, il sito è passato da 1 milione e 200 mila visite di Luglio 2009 a poco più di 320 mila dello stesso mese del 2010. Ma sarà un caso no? Mi sa di no. Coca Cola, ad esempio, ha 11 milioni di Like su Facebook…ma a Luglio le visite sul suo sito sono state appena 240.000 (– 42% in meno dell’anno scorso).

Insomma, non mi pare esagerato definire – oggi – Facebook come il più grande strumento di relationship-marketing a disposizione di brand e agenzie .
Prima parlavo di fenomeno di lock-in tra gli utenti e Facebook, ma il lock-in è presente – e forse ancora più forte – anche con i brand: una Facebook Page può essere per molti aspetti considerata un “owned media” quando nella realtà dei fatti non lo è assolutamente perché non è posseduta da nessuno se non da Zuckerberg; il fatto che le aziende necessitino di essere presenti, che basino molti programmi di CRM proprio su questo canale e che, in fondo, Facebook fornisce gratuitamente statistiche sui loro consumatori, le rende ogni giorno più dipendenti dal canale.

Fonte: http://lucadelladora.com