Viviamo come terremotati digitali tutti negli stessi prefabbricati online: casette fatte di bit organizzare sempre alla stessa maniera. Una monocoltura senza scampo e senza possibilità

Dopo anni in cui i social si sono trasformati in cellette monastiche, tutte graficamente uguali (l’azzurro costante e opprimente di Facebook, il tweet rigidamente incasellato in 140 e ora 280 caratteri, le foto sempre quadrate con i soliti effetti di Instagram, le chat senza fine dei gruppi di Whatsapp) adesso è la volta dei siti web. Un terzo dell’intero web, cioè di quel mare digitale senza limiti e imperscrutabile composto dall’incastro di vite, affari, creatività e variazioni infinite che costituiscono la diversità degli esseri umani, ha in realtà quasi sempre le medesime fondamenta digitali. Sono le fondamenta di WordPress, la piattaforma di software open source che viene utilizzata per costruire blog, siti web, cataloghi, ambienti di presentazione, home page, curricula in rete e tutto il resto che può venirci in mente (più molto altro).

I siti web che utilizzano WordPress sono circa un terzo di un campione più che rappresentativo: quei 10 milioni che, secondo il rankin sono la parte più importante e densamente collegata della rete. La pancia di Internet è composta poi da un altro 50% di siti che non utilizzano alcun sistema di gestione dei contenuti (vecchie pagine statiche abbandonate su qualche server utilizzato per altri scopi, oppure siti dedicati a servizi molto specifici). Questo significa che in realtà la quota di siti web che utilizzano WordPress come sistema di gestione dei contenuti (Cms) è il doppio. Due ogni tre.

Non è cosa da poco che le fondamenta digitali di WordPress costituiscano la base tecnologica della parte più densamente abitata della rete. La conseguenza è che decine di milioni di persone, dall’impiegato che si occupa di popolare di contenuti il sito aziendale alla fashion blogger che racconta le ultime tendenze del design e della moda parigina, esercitano la loro creatività e la loro fantasia sullo stesso foglio di carta millimetrata, esattamente delle stesse dimensioni e caratteristiche. Cambia l’aspetto grafico, certo, quello che gli addetti ai lavori chiamano “tema”, ma i moduli e i mattoncini con cui costruire e gli strumenti con i quali lavorare al proprio sito sono sempre quelli: li fornisce WordPress e sono gli stessi per tutti.

WordPress è molto diffuso e semplice da usare, almeno nelle sue incarnazioni più semplici, e viene arricchito – o reso più complesso, secondo i punti di vista – da migliaia di personalizzazioni sviluppate da terze parti: dai temi grafici ai plugin con funzionalità per la pubblicità, l’ottimizzazione sui motori di ricerca e altro. Alcuni gratuiti, altri a pagamento. Il mercato di WordPress è troppo grande perché gli sviluppatori indipendenti si possano permettere di ignorarlo. Così come i pirati informatici, che lo bersagliano con virus e malware costruiti per sfruttare debolezze e bug sia di WordPress che dei principali plugin.

La monocoltura di WordPress è nata nel 2003 con tutt’altre premesse. Il piano industriale di Automattic, l’azienda che ha creato il progetto open source e ne guida tutt’oggi lo sviluppo, lo ha anche diviso in due tronchi. Uno gratuito, scaricabile e installabile da chiunque sul proprio server (ma sono necessarie buone competenze tecniche). L’altro invece è disponibile come servizio a pagamento sul sito WordPress.com, in maniera tale da ripagare il costo di sviluppo di un applicativo web libero per Automattic.

Il futuro, almeno per un po’, sembra essere questo. Una serie infinita di variazioni sulla stessa melodia, una tappezzeria di elementi sempre uguali che rendono la rete uniforme e più banale e meno innovativa di quanto non è necessario che sia.

Fonte: La Stampa