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	<title>Factory snc &#187; Web</title>
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		<title>L&#8217;aumento dell&#8217;online ADV in Italia</title>
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		<pubDate>Fri, 29 Oct 2010 09:01:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Feliciano</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.factorysnc.com/blog/2010/10/29/in-aumento-la-pubblicita-online-in-italia/pubblicita_online_factorysnc/" rel="attachment wp-att-1082"><img class="alignnone size-full wp-image-1082" title="pubblicita_online_factorysnc" src="http://www.factorysnc.com/blog/wp-content/uploads/pubblicita_online_factorysnc.jpg" alt="" width="950" height="450" /></a></p>
<p>Quando si parla di pubblicità online, il pensiero va immediatamente a <a href="http://www.webnews.it/tag/google/">Google</a>, che in questo settore domina incontrastata a livello internazionale. Ma come è la situazione in <strong>Italia</strong>? Le cifre relative al mercato pubblicitario nel bel paese sono state rivelate da <strong>Nielsen Media</strong> e <strong>Media Outlook</strong> e pubblicate da <a href="http://danielelepido.blog.ilsole24ore.com/i-bastioni-di-orione/2010/10/internet-prepara-il-sorpasso-sulla-carta-anche-in-italia.html">IlSole24Ore</a>: nel 2011 si prevede che gli spot online varranno poco meno di <strong>800 milioni di euro</strong>, con un +15% sul 2010.</p>
<p>Gli investimenti, nel totale, vedranno un incremento del 3% in riferimento al 2010 e del 2% nel 2011. Nielsen ha quindi indicato come la raccolta pubblicitaria <strong>sarà superiore alle attese</strong> e, sebbene si preveda un ultimo trimestre meno incisivo, si tratta comunque di un risultato positivo se confrontato con lo stesso periodo nel 2009. Internet e televisione sono ai primi posti, e lo stesso sarà l’anno prossimo, con un <strong>sorpasso definitivo sancito nei confronti della carta stampata</strong> (quotidiani e periodici).</p>
<p>C’è però un dato da analizzare: di questi 800 milioni di euro, circa il <strong>54% proviene dal “search”</strong>, ovvero sono spot legati ai motori di ricerca. Il che significa che <strong>appartengono per il 90% a Google</strong>. Ma non solo: in futuro diventerà quasi una stringente necessità per testate ed aziende il collaborare con Google: News Corporation (appartenente a Murdoch) capitalizza in Borsa 40 miliardi di dollari, Mediaset 6, Telecom Italia 14, mentre <strong>Google è a 200 miliardi di dollari</strong>.</p>
<p>C’è infine un’ulteriore critica emergente dal panorama italiano: nonostante questi risultati positivi c’è un problema da affrontare, ovvero quello della <strong>crescita della banda larga</strong>. Se le connessioni ad alta velocità non aumenteranno in futuro, il settore dell’advertising e del mercato ad esso collegato non potranno sostenere questo tasso di crescita risultando così limitati per motivi infrastrutturali.</p>
<p><strong>Fonte: </strong><a title="webnews" href="http://www.webnews.it" target="_blank">www.webnews.it</a></p>
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		<title>Quale sarà il futuro dei Siti Web?</title>
		<link>http://www.factorysnc.com/blog/2010/10/04/quale-sara-il-futuro-dei-siti-web/</link>
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		<pubDate>Mon, 04 Oct 2010 07:10:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Feliciano</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Una delle provocazioni che più spesso ripropongo parte da una domanda: le aziende possono fare a meno di un sito internet? La risposta...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.factorysnc.com/blog/2010/10/04/quale-sara-il-futuro-dei-siti-web/inter/" rel="attachment wp-att-1040"><img class="alignnone size-full wp-image-1040" title="inter" src="http://www.factorysnc.com/blog/wp-content/uploads/inter.jpg" alt="" width="950" height="450" /></a></p>
<p>&#8220;Una delle provocazioni che più spesso ripropongo parte da una domanda: <strong>le aziende possono fare a meno di un sito internet?</strong></p>
<p>Il sito web potrebbe sembrare “morto” per almeno tre motivi:</p>
<ul>
<li>rappresenta l’apoteosi del “branded” e per questo motivo risulta invasivo al tempo del social networking in cui tutto è (apparentemente) ad appannaggio dell’utente</li>
<li>è uno strumento “complesso e costoso”, a differenza di tutte le altre possibilità di presenza on line per un’azienda, da twitter a facebook (apparentemente) zero cost</li>
<li>è uno strumento che richiede molte risorse di gestione, soprattutto umane, e spesso competenze più complesse di quelle che servono per lanciare un tweet, aggiornare uno status o inserire un prodotto su ebay</li>
</ul>
<p>Da qualche tempo mi sto occupando di progettazione web, architettura informativa e scelta dei cms. Più sviluppo progetti per le aziende, con le aziende, più mi convinco che il sito web è importantissimo e tutt’altro che fuori moda.</p>
<p>Una delle cose che porto a casa dall’università è l’ossessione per la domanda <strong>“What’s in it for me?”</strong>, che adattata a questo caso suona più o meno come <strong>“perché dovrei costruire un sito web?”</strong> La risposta non è univoca. O meglio, le motivazioni sono molteplici. E’ pur vero che un buon wordpress (gratuito) con un tema ben settato (anche investendo molto tempo e poco denaro), i giusti collegamenti ai social network, un eventuale spazio ebay, l’aggiornamento dei contenuti e poco più possono dare l’illusione di un progetto web completo e low cost. Nessuno nega che un “mezzo smanettone” è in grado di dare parvenza di sito internet ad un insieme di strumenti disponibili gratuitamente. Ma non è questo il punto. La presenza di un sito web, ancor meglio se sviluppato “custom”, è fondamentale per le imprese. Perchè?</p>
<ul>
<li><strong>Perché il sito internet è lo specchio dell’azienda stessa.</strong> E’ il continuo della pubblicità cartacea, televisiva, radiofonica.. il punto di atterraggio di molti degli sforzi aziendali.</li>
<li><strong>Perché permette di inserire ogni tipo di contenuto</strong> senza le forzature che, diciamocelo, ancora oggi le altre piattaforme impongono.</li>
<li><strong>Perché permette di progettare l’esperienza di navigazione. </strong>Una volta catalizzata l’attenzione dell’utente è la scienza dell’usabilità, della personalizzazione e del testing, a rendere queste landing page cosi performanti, tanto utili per l’utente finale quanto profittevoli per l’azienda.</li>
<li><strong>Perché è nostro.</strong> Non esiste il rischio, seppur remoto, che domattina Mark Zuckerberg si svegli divorato dalla filantropia e schifato dal business e decida di chiudere alle aziende il più noto social network mondiale.</li>
</ul>
<p>Resto pesantemente convinto che il sito web, cosi come il blog aziendale per i progetti social, rappresenti un <strong>punto di atterraggio</strong> che abita su un diverso livello rispetto ai <strong>punti di raccolta</strong> (social networks) in cui si catalizza l’<strong>attenzione</strong> ma più difficilmente si concretizza la <strong>conversione.</strong></p>
<p>A mio parere il gioco del web del futuro avrà luogo proprio su questo terreno, con una presenza aziendale sempre più nebulosa e frammentata che necessiterà però di un campo base dove rifugiarsi fino alla prossima tempesta modaiola, io credo che questo campo base possa essere il sito web<strong>.&#8221;</strong></p>
<p>Articolo di: Giorgio Soffiato<br />
Fonte: <a href="http://marketingarena.it" target="_blank">marketingarena.it</a></p>
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		<title>Facebook sta uccidendo il Web?</title>
		<link>http://www.factorysnc.com/blog/2010/09/28/facebook-sta-uccidendo-il-web/</link>
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		<pubDate>Tue, 28 Sep 2010 13:19:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Feliciano</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Era inevitabile che accadesse, ed ora il momento è maturo: dopo anni di evoluzione, di cambiamenti e di adattamenti, la rete – il web...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.factorysnc.com/blog/2010/09/28/facebook-sta-uccidendo-il-web/facebook_vs_web_factorysnc/" rel="attachment wp-att-1024"><img class="alignnone size-full wp-image-1024" title="Facebook_vs_web_Factorysnc" src="http://www.factorysnc.com/blog/wp-content/uploads/Facebook_vs_web_Factorysnc.jpg" alt="" width="950" height="450" /></a></p>
<p><strong>Era inevitabile che accadesse, ed ora il momento è maturo:</strong> dopo anni di evoluzione, di cambiamenti e di adattamenti, la rete – <strong>il web – per come lo conoscevamo – sta morendo</strong>. Attenzione,<strong> il web, non internet</strong> – come sentenzia<strong> <a title="wired - factorysnc" href="http://www.wired.com" target="_blank">Wired.com</a></strong> di questo mese – già perché internet è il mezzo, lo strumento che ha portato una rivoluzione in ogni ambito possibile ed immaginabile della nostra vita, <strong>il web è il modo in cui ne abbiamo fruito</strong> – fino a ieri.</p>
<p>Ci siamo abituati a legare ogni azione a uno strumento specifico:<strong> è normale, è più comodo, è più veloce</strong> e l’evoluzione passa attraverso innovazioni che agevolano le cose, non che le complicano. Appunto, è normale. Ci stiamo abituando a tutto questo anche per un’altra ragione – collegata e complementare – ed è l’impressionante rapidità con cui la <strong>diffusione degli smartphone sta superando quella dei “normali” telefoni cellulari</strong><em> (Nielsen prevede che in Italia il sorpasso dei primi avverrà entro il 2012)</em>.</p>
<p>Se pensiamo poi che – secondo<em> Morgan Stanley </em>– <strong>entro 5 anni gli accessi online avverranno per la maggior parte attraverso device mobile piuttosto che tramite desktop</strong>, capiamo che il fatto di legare la nostra esperienza online ad apparecchi con display di dimensioni ridotte – o comunque inferiori a quelle di un computer tradizionale – diventi un’esigenza: <strong>le applicazioni sono appositamente studiate per schermi più piccoli e sono interamente dedicate</strong> all’azione da compiere (quanti di voi sarebbero felici di usare Twitter via web piuttosto che via Twitterrific, Tweetdeck o altro sullo schermo di un iPhone?).</p>
<p>E dopo questa doverosa (<em>…magari un po’ lunga</em>) premessa veniamo al punto: l’applicazione che negli ultimi 10 anni ha maggiormente cambiato le abitudini di milioni di persone è <strong>Facebook</strong>. E pensateci, <strong>più Facebook diventa parte delle nostre vite, delle nostre relazioni, ma anche del nostro business, più il legame con Facebook si fortifica</strong>, genera un vero e proprio fenomeno di<strong> lock-in</strong> tra noi e la creatura di Zuckerberg.</p>
<p>Tutto questo si ripercuote inevitabilmente anche – e soprattutto – su chi online ha investito per garantirsi una <strong>presenza</strong> (in una prima fase), una <strong>visibilità</strong> (qualche anno più tardi), un’<strong>interazione</strong> (un po’ più recentemente) e un <strong>rapporto</strong> (fino a qualche anno fa) con i propri consumatori – acquisiti o prospect – <strong>attraverso un sito web.</strong></p>
<p>Bene. La <strong>brutta notizia</strong> per tutti quelli di cui sopra è che sembra proprio che i<strong> vostri siti rischino di diventare dei – bellissimi – orpelli di cui potreste quasi fare a meno</strong>.<br />
La <strong>bella notizia è che non è esattamente così</strong>, almeno, non lo è per tutti, ma soprattutto c’è tutto il tempo di <strong>rimediare</strong> – fermandosi un attimo a pensare come investire i prossimi budget.</p>
<p><strong>Impressionante.</strong> Impressionante soprattutto se confrontiamo alcuni numeri con gli accessi ai siti “tradizionali” degli stessi brand, per farvi un’idea: <strong>Kraft Foods’ Oreo</strong> ha circa <strong>8.7 milioni di Like su Facebook</strong>, con circa <strong>71.000 nuove adesioni al giorno</strong>…e il sito? Beh,<strong> il sito è passato da 1 milione e 200 mila visite di Luglio 2009 a poco più di 320 mila dello stesso mese del 2010</strong>. Ma sarà un caso no? Mi sa di no. <strong>Coca Cola</strong>, ad esempio, ha <strong>11 milioni di Like su Facebook</strong>…ma a Luglio le visite sul suo <strong>sito</strong> sono state appena <strong>240.000 </strong>(<strong>- 42% </strong>in meno dell’anno scorso).</p>
<p>Insomma, non mi pare esagerato definire – oggi – <strong>Facebook come il più grande strumento di relationship-marketing a disposizione di brand e agenzie </strong>.<br />
Prima parlavo di fenomeno di lock-in tra gli utenti e Facebook, ma <strong>il lock-in è presente – e forse ancora più forte – anche con i brand</strong>: una <strong>Facebook Page</strong> può essere per molti aspetti considerata un <strong>“owned media”</strong> quando nella realtà dei fatti non lo è assolutamente perché <strong>non è posseduta da nessuno se non da Zuckerberg</strong>; il fatto che le aziende necessitino di essere presenti, che basino molti programmi di CRM proprio su questo canale e che, in fondo, Facebook fornisce gratuitamente statistiche sui loro consumatori, le rende <strong>ogni giorno più dipendenti dal canale</strong>.</p>
<p><strong>Fonte: <a href="http://lucadelladora.com" target="_blank">http://lucadelladora.com</a></strong></p>
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		<title>Try it again, Yahoo&#8230;</title>
		<link>http://www.factorysnc.com/blog/2009/05/27/try-it-again-yahoo/</link>
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		<pubDate>Wed, 27 May 2009 17:22:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Feliciano</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Intervista a David Filo, fondatore di Yahoo!, in occasione dell’Hack Day di Londra. Ritratto di un’ex stella della rete, ora in crisi di identità e pronta...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone size-full wp-image-852" title="yahoo" src="http://www.factorysnc.com/blog/wp-content/uploads/yahoo.jpg" alt="yahoo" width="950" height="450" /></p>
<p><strong>Intervista a </strong><strong>David Filo, fondatore di Yahoo!</strong>, in occasione dell’Hack Day di Londra. Ritratto di un’ex stella della rete, ora in crisi di identità e pronta a rimettersi in discussione.</p>
<p><strong>A un certo punto non capisci bene dove sei finito.</strong> Il salone, abituato a ospitare le convention delle trade union londinesi, è zeppo di gente frenetica. Un melting pot delle nuove moltitudini digitali. Ti guardi attorno, spaesato. C&#8217;è quello che sembra arrivare da un concerto punk, quello che invece lo vedresti bene in una pellicola di Ken Loach sulla periferia inglese. C&#8217;è il geek, lo &#8220;smanettone&#8221;, abituato a una sequenza interminabile di notti insonni davanti al pc. Il ragazzo di buona famiglia, la studentessa, il quarantenne consulente informatico. Alcuni, per esserci, si sono fatti fino a dieci ore di aereo. Mouse, tastiere e occhi sfiniti ti circondano. Dopo ore, lo schermo gigante abbandona slide e grafici e si concentra su un più evocativo &#8220;Blade Runner&#8221;. Parte il boato. E allora sorridi, perché di colpo ti senti a casa.</p>
<p><strong>L&#8217;Open Hack Day di Londra</strong> è stato anche questo. Non solo una maratona di due giorni (9 e 10 maggio) organizzata da Yahoo alla presenza di quasi 300 sviluppatori, ingegneri, cultori dell&#8217;hacking, evangelizzatori e appassionati. Non solo una gara a costruire applicazioni 2.0 utilizzando le piattaforme di supporto &#8220;Open Strategy&#8221; del colosso di Sunnyvale. Piuttosto, un incubatoio di idee e progetti. In mezzo al quale si aggirava David Filo, fondatore di Yahoo e hacker ante litteram. Difficile, infatti, pensare alla tripla W senza farne coincidere la storia recente con quella dell&#8217;azienda di Sunnyvale. Nel 1994 David Filo e Jerry Yang, allora studenti di Stanford, crearono un piccolo database dei loro siti web preferiti, aggiornato a mano con l&#8217;aiuto di amici e parenti. Due anni dopo quella lista di pagine si chiamava Yahoo!, aveva bilanci da record e si stava preparando al grande passo in direzione Wall Street. Poi si sa come è andata: 12 mila dipendenti e una media di 500 milioni di visite al mese.</p>
<p><strong>Ora a casa Yahoo si respira un&#8217;aria ben diversa:</strong> Jerry Yang è in minoranza dopo aver osteggiato l&#8217;acquisizione da parte di Microsoft e al suo posto è stata messa la &#8220;lady di ferro&#8221; Carol Bartz. Intanto è fallito il matrimonio Google-Yahoo per la pubblicità online, dopo i dubbi espressi dall&#8217;Antitrust americano. Svanita la possibilità di una boccata d&#8217;ossigeno, Yahoo cerca di rigenerarsi altrove. E lo fa condividendo know-how e tecnologie con sviluppatori di mezzo mondo, alla ricerca delle migliori soluzioni per il prossimo salto quantico del web.</p>
<p><strong>In tutto ciò David Filo rappresenta l&#8217;anima primigenia di Internet.</strong> Quella più votata alla tecnologia e alla condivisione di idee e risorse. Il fronte ristretto di chi il web di massa lo ha visto nascere, lo ha fatto crescere. Senza mai considerarlo una mera questione di bilanci e cordate. Oggi, quindici anni dopo – felpa, jeans e scarpe da skater – il miliardario più low profile della California, ci racconta la rete. Dal suo punto di vista.</p>
<p><strong>Quando gli chiediamo come ha vissuto il passaggio dalla prima internet alla seconda (meglio conosciuta come web 2.0)</strong> e come sta cambiando il concetto di motore di ricerca, Filo riconosce che «il web sociale dà la possibilità di cercare informazioni anche in altri ambiti, ad esempio in mezzo ai preferiti dei tuoi contatti personali, e questo è sicuramente un grande aiuto per filtrare le informazioni sulla base della loro rilevanza. La ricerca sta diventando sempre più personalizzata, eppure credo ci sia bisogno di un&#8217;infrastruttura generale che consenta una più ampia ricerca in tutte le componenti del web, quindi non solo nelle pagine dei siti. È uno degli aspetti su cui stiamo lavorando. Vogliamo fare in modo che servizi come My Web 2.0 o Delicious (due applicazioni per salvare e condividere i propri bookmarks &#8211; NdR) diventino strumenti attivi per aiutare l&#8217;utente a migliorare la sua esperienza di ricerca e la qualità delle informazioni ricevute». Come dire, il portale della prima internet ora deve diventare anche social network. E la parola-chiave secondo Filo è integrazione: «Bisogna integrare il web sociale in tutti i suoi aspetti, intrecciandone la filosofia di fondo con i servizi tradizionali. Noi stiamo lavorando principalmente su Flickr, il portale di condivisione di foto e immagini, ma anche su Mail o Messenger. Un altro esempio sono le News: gli utenti oggi possono segnalarsi a vicenda le notizie che ritengono interessanti, semplicemente scambiandosele via chat». Ma perché ci sia vera integrazione bisogna anche aprire il proprio codice agli sviluppatori esterni. Ed è proprio questo il progetto più grande su cui ora Yang e Filo si stanno impegnando dopo il lancio di Open Strategy. «Abbiamo speso gran parte del 2008 a lavorare sull&#8217;infrastruttura, per costruire le basi di questo cambiamento. Oggi iniziamo a vedere i risultati di questo sforzo: primo tra tutti, proprio l&#8217;ampliamento delle possibilità offerte ai nostri utenti. A soddisfarmi sono soprattutto Boss e SearchMonkey, le due piattaforme che consentono di programmare un motore di ricerca personalizzato e gestire in modo nuovo le informazioni ottenute. Finora hanno ottenuto buoni risultati e continuano a rappresentare la spina dorsale della nostra Open Strategy».</p>
<p><strong>Lasciamo per un momento il web,</strong> almeno in senso stretto, e passiamo ad un altro argomento di forte attualità: la crisi di quotidiani e periodici. Motori di ricerca e aggregatori finiscono sempre sul banco degli imputati ogni qual volta vengono diffuse le cifre (in profondo rosso) dell&#8217;industria editoriale. Ma secondo Filo la crisi può essere superata solo se «i media tradizionali si avvicinano al più presto a internet. Per molti anni non hanno voluto avere niente a che spartire con il web, ma oggi le cose sono destinate a cambiare. Lo scorso settembre abbiamo lanciato negli Stati Uniti una nuova piattaforma interattiva per l&#8217;advertising digitale (la piattaforma Apt &#8211; NdR), tramite cui stiamo lavorando a fianco di alcuni gruppi editoriali locali. Dal loro punto di vista, invece di gestire da soli la vendita degli spazi pubblicitari, sono in grado di appoggiarsi al nostro network». Nel solco del modello inaugurato felicemente da Google ma con pubblicità visive e banner al posto di quella testuale di Google AdWords. «I quotidiani possono così contare sul nostro apporto per raggiungere le loro community di riferimento. E questo è solo un esempio di come è possibile lavorare assieme nell&#8217;online e, allo stesso tempo, avvicinarsi alle logiche della rete». Logiche che ormai non riguardano soltanto l&#8217;internet che navighiamo dagli schermi dei nostri pc, ma anche quella dei dispositivi mobili: «Per noi il mobile è un aspetto molto importante, su cui contiamo di investire molto anche nel prossimo futuro. Anche perché telefonini con schermi sempre più grandi e maggiore potenza di calcolo, supportati da reti sempre più veloci, consentono all&#8217;intero comparto dei servizi dedicati di produrre innovazioni utili e interessanti. A partire dalla &#8220;social location&#8221; (la tecnologia che consente di condividere la propria posizione geografica, rilevata dal Gps o tramite la triangolazione delle celle del network mobile &#8211; NdR)».</p>
<p><strong>A proposito di cambiamenti, non potevamo finire la nostra chiacchierata senza chiedere a uno dei veterani più giovani del web,</strong> di cosa si parlerà di qui al 2010, dopo i tormentoni Second Life e Facebook: «Non è facile dirlo: non so su cosa si fisseranno i mass media nei prossimi mesi. Certo è che, sul lato degli utenti, l&#8217;apertura delle piattaforme a servizi terzi sarà un tema nevralgico da qui in avanti. Poi, viene da aggiungere l&#8217;importanza dei dispositivi ‘alternativi&#8217;, quelli in grado di sganciare l&#8217;esperienza del web dal normale computer. Penso quindi al mobile, ma anche alle applicazioni web per la televisione. Sul lato tecnologico, invece, direi il ‘cloud computing&#8217;, che consente di distribuire la potenza di calcolo su server e utilizzare i software come fossero servizi online. È un settore sempre più maturo».<br />
Articolo pubblicato su Chips&amp;Salsa-Il Manifesto del 23 maggio 2009</p>
<p><strong>INFO: CHIPS&amp;SALSA</strong></p>
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		<title>La rivoluzione della pagina iniziale</title>
		<link>http://www.factorysnc.com/blog/2009/05/26/la-rivoluzione-della-pagina-iniziale/</link>
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		<pubDate>Tue, 26 May 2009 16:49:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Feliciano</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Hanno spodestato i signori della rete modificando completamente le nostre abitudini di navigazione: i social network da qui a...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><img class="alignnone size-full wp-image-848" title="La rivoluzione della prima pagina" src="http://www.factorysnc.com/blog/wp-content/uploads/myspace.jpg" alt="La rivoluzione della prima pagina" width="950" height="450" /></strong></p>
<p><strong>Ha</strong><strong>nno spodestato i signori della rete</strong> modificando completamente le nostre abitudini di navigazione: i social network da qui a 5 anni prenderanno il posto di Google nell’accesso alla rete, come la grande G aveva preso il posto dei portali generalisti.</p>
<p><strong>Chris DeWolfe, Ceo di MySpace. </strong> Acceso il Pc avviamo il browser di navigazione internet, ed ecco la nostra pagina principale. Yahoo o un portale generalista? Non più. Un account di posta web, come Libero o Hotmail? Cose d&#8217;altri tempi. Il motore di ricerca Google, o magari Wikipedia, o ancora il proprio blog? È già il passato. La pagina iniziale sta per diventare quella del social network preferito: Facebook, o MySpace, o LinkedIn. Per il Ceo di MySpace Chris DeWolfe, il cambiamento sarà totale entro 5 anni: &#8220;Vedrete MySpace in ogni sito, e MySpace sarà la vostra casa in rete, perché da qui sarete in grado di controllare tutto il resto, da Gmail alle news dei vostri feed&#8221;.<br />
<strong><br />
Ma provate a sostituire in questa affermazione MySpace con il suo rivale più agguerrito, Facebook:</strong> vi troverete d&#8217;accordo nel constatare che FB ha sostituito Gmail nei rapporti con i vostri amici, perché magari oggi usate la sua posta interna per scrivervi e passarvi segnalazioni, o ancora perché trovate molti più amici in chat, anche quelli che contattavate con gli altri Messenger, GTalk incluso. Scoprirete che il vostro blog è sempre meno aggiornato a favore di nuove note scritte su Facebook, perché così potete raggiungere rapidamente un numero maggiore di lettori che vi interessano, o che lo stesso blog ha perso le vostre attenzioni, oggi catturate da nuove segnalazioni inserite sulla vostra pagina personale di MySpace.</p>
<p><strong>L&#8217;apertura agli altri siti di MySpace</strong>, poi, non fa che facilitare le cose, se il proprio profilo (dunque la parte più noiosa: autenticazione, inserimento di username e password, pagine di dati personali da compilare più e più volte) può – e potrà – essere esportato e usato su altri siti, con altre applicazioni. L&#8217;ultima delle molte notizie riguarda una applicazione firmata MySpace che verrà inglobata nella prossima homepage di Yahoo: non è un caso, anche qui, che il portale di Sunnyvale decida di far accedere gli utenti su MySpace direttamente dalla sua pagina iniziale.</p>
<p><strong>Se non bastasse a convincerci, arrivano anche i dati degli analisti a disegnare questo futuro così prossimo:</strong> dice RBC Capital Markets che Facebook supererà Google entro il 2011, grazie al suo ritmo di crescita annuale in utenti singoli dell&#8217;85 per cento, contro una percentuale di crescita di Google del 20 per cento. E, a confermare che da Facebook si inizia la navigata, ecco nuovi dati: lo scorso anno gli utenti che avevano impostato Facebook come pagina iniziale erano saliti del 39 per cento, ora siamo già a +45 per cento. Il social network poi sta raggiungendo Google anche in una delle sue peculiarità più evidenti, ovvero nel rimandare ad altri siti, svolgendo la funzione di directory nella navigazione in rete. Quasi come a dire che Facebook e MySpace sono pronti a sostituire Google. Anche nel suo ruolo di principe dei motori di ricerca.</p>
<p><strong>Info: Eva Perasso</strong></p>
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		<title>Benvenuti a New Media City</title>
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		<pubDate>Tue, 26 May 2009 08:00:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Feliciano</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Guida turistica semi-seria per orientarsi nel dedalo di vie, mercati, palazzi e persone della città dell'informazione digitale. Un melting-pot di bit...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone size-full wp-image-845" title="media" src="http://www.factorysnc.com/blog/wp-content/uploads/media.jpg" alt="media" width="950" height="450" /></p>
<p>Guida turistica semi-seria per orientarsi nel dedalo di vie, mercati, palazzi e persone della città dell&#8217;informazione digitale. Un melting-pot di bit sempre sul precario equilibrio tra collasso e rinnovamento. In cui tutti abitiamo da tempo.</p>
<p><strong>Mappa New Media City.</strong> Dai grattacieli luccicanti del New York Times e Al Jazeera, alle nuove boutique del centro (Huffington Post, The Daily Beast, Cnet). Passando per la schiera di case lunghe (i blog), i giardinetti dell&#8217;amicizia (Twitter e Friendfeed) e le villette delle blogstar (Boing Boing, Beppe Grillo). Ma anche i luoghi della socialità in pubblico, come il Parco dell&#8217;Indipendenza (Indymedia, OhMyNews), luna park (Facebook e YouTube), i mercatini delle pulci (dove si scambiano informazioni peer-to-peer) e le vie dell&#8217;aggregazione (Digg, TechMeme, GlobalVoices).<br />
Ecco la nostra guida alla nuova megalopoli dell&#8217;informazione online dove convivono, nello stesso ecosistema, mediasauri verniciati di bit e nuove manifestazioni di informazione collettiva.<br />
<strong><br />
DISTRETTO FINANZIARIO</strong>. Nel cuore pulsante della City (ma ancora per quanto?) i vecchi colossi mediatici verniciati di bit. Là dove girano i soldi veri (ma fino a quando?) si ergono i grattacieli degli antichi bastioni dell&#8217;informazione. Un tempo frequentata solo da giornalisti ben pagati e un po&#8217; snob, quest&#8217;area della metropoli si apre lentamente al resto della città. Dalla fine del secolo scorso la cittadella non presenta più le novecentesche mura di cinta. E dunque non è impossibile scorgere tra i palazzi di vetro persino gruppi di blogger, che un tempo si tenevano orgogliosamente lontani da questi luoghi. Il melting pot informativo della città digitale ha infine vinto. Pure gli aristocratici abitanti del financial district (chiamati con ironico affetto &#8220;mediasauri&#8221; dai concittadini) mettono sempre più spesso il naso fuori. I più arditi arrivano fino all&#8217;estremo occidente, nel quartiere dei blogger, un tempo considerato poco sicuro. Altri, in cerca di un rimescolamento più gioioso, guardano a est e alla zona del Luna Park per sentire che aria tira o per sperimentare in prima persona le gioie e i rischi dell&#8217;immagine in movimento, dei commenti franchi e salaci, delle conversazioni senza fine.</p>
<p>Da vedere: il dispiegamento di web &#8220;sociale&#8221; di Al Jazeera (non si risparmia nulla: da Facebook a YouTube, passando per Twitter), gli esperimenti di infografica interattiva del New York Times, l&#8217;archivio multimediale della Bbc. Resta, malgrado l&#8217;età, la nostra area preferita. Sarà il sapore decadente di alcuni suoi scorci o il fatto che i piatti giornalisticamente più prelibati continuiamo a trovarli proprio qui. Visitatela oggi. Domani potrebbe essere troppo tardi.</p>
<p><strong>CENTRO CITTA&#8217;</strong>. A due passi dalla city finanziaria, si estende il centro di New Media City. Come a dire, le migliori boutique del giornalismo online, ma anche i megastore delle news generaliste e le botteghe più trendy della città. Per quanto sia stato costruito solo di recente, il punto di riferimento resta l&#8217;informazione professionale ed orientata al business del distretto finanziario. Non a caso sono frequenti i passaggi di quartiere. Con la differenza, però, che da queste parti si respira una maggiore spinta all&#8217;innovazione. Oltre alle ormai classiche webzine alla Cnet, Slate, Punto Informatico, di recente sono sbucati nuovi negozi che cercano di tenere insieme il meglio del giornalismo tradizionale (autorevolezza e firme prestigiose), dei blog (informazione veloce) e degli aggregatori (selezione del meglio pubblicato online). Non è un caso se Tina Brown (ex direttrice di Vanity Fair e del New Yorker) lo scorso anno ha mollato i paludati grattacieli del distretto finanziario ed ha aperto la sua nuova boutique proprio qui. La sua nuova abitazione si chiama The Daily Beast e per molti rappresenta il modello di giornalismo mainstream del futuro. Ovvero prendere il meglio di quello che si muove in città, remixarlo e offrirlo in maniera accattivante e professionale ai propri lettori. Per ora la boutique di Tina sta andando alla grande. E così pure quella lanciata lo scorso anno da un gruppo di ex giornalisti del Washington Post (The Politico.com). Ma le cose cambiano in fretta a New Media City. E non è detto che tra qualche anno troverete questi negozi ancora aperti.</p>
<p><strong>PARCO DELL&#8217;INDIPENDENZA</strong>. La sorpresa viaggia da est a ovest. Giri un angolo e dalle strade dei colletti bianchi dell&#8217;informazione, ti ritrovi tra gazebo, sit-in, volantinaggi, slogan. È un attimo. Ed è il bello delle metropoli contemporanee: un solo isolato separa quel che resta di un mondo che fu dal nuovo che deve ancora essere e, mentre decide, che cosa diventare, scende in piazza, parla, grida e si esprime, spesso politicamente. Se mai la rivoluzione digitale emergerà dal basso il suo epicentro sarà in questo parco (e non nei quartieri, sempre più abbienti e appagati, dei blogger). È qui che si possono osservare gli spiriti più ribelli della città radunarsi per dare vita a manifestazioni di piazza informativamente complesse, alternative e di rottura rispetto al mainstream del rione accanto. Decentramento e assenza di gerarchia (ma non di organizzazione) sono la regola. Apertura e condivisione quasi un dogma.<br />
Fermatevi a guardare il fiume di persone che scorre e la sua varia umanità. Come in ogni manifestazione, ci sono quelli che preferiscono il servizio d&#8217;ordine e pensano (è il caso di OhMyNews.com e AgoraVox.it) che un po&#8217; di guida dall&#8217;alto sia necessaria e ci provano con il mix di professionisti e dilettanti delle news. In fondo al corteo i cori anarchici dei duri e puri, quelli per cui tutti devono poter dire tutto e gli unici filtri sono quelli che si dà la comunità stessa. Rousseauismo in salsa digitale, come insegnano Wikileaks.org, sito di &#8220;soffiate&#8221; anonime, la galassia di Indymedia, dove vale tutto, e Wikinews.org, notizie scelte scritte ed editate collettivamente. Nella pancia del fiume umano non perdetevi, infine, creature composite ma non meno vocianti come Newsvine.com, FaiNotizia.it e AllVoices.com, dove parole del singolo e urlo della massa si incontrando cercando la giusta alchimia.<br />
<strong><br />
QUARTIERE DEI BLOG. </strong>Fino a qualche anno fa oscuro quartiere di periferia, terreno di conquista delle avanguardie creative ma anche di nuove emarginazioni, è oggi una delle zone più vivaci e frequentate della città. Tappa obbligata se volete prendervi una bocca d&#8217;aria intellettualmente fresca frequentando persone meno ingessate di quelle che popolano il centro. A cominciare dai vari &#8220;esperti di…&#8221;, più o meno eccentrici, che sono andati ad abitare nella gigantesca schiera della &#8220;Case Lunghe&#8221;. Di recente sono sbucati anche i primi residence su più piani: le palazzine dei nano-editori, visionari che a colpi di &#8220;l&#8217;unione fa la forza&#8221; hanno deciso di lanciare la sfida ai grattacieli luccicanti della City. Girando per il quartiere noterete diverse villette sfarzose: sono le case dei blogger della prima ora diventati ricchi e famosi, ma anche delle star dello spettacolo e della politica che ogni tanto decidono di passare il weekend da queste parti. Dopo la bolla immobiliare degli scorsi anni, secondo qualcuno ora il quartiere è sulla via del declino. Le nuove avanguardie si muovono più a loro agio tra i Giardini dell&#8217;Amicizia e il Luna Park.</p>
<p><strong>GIARDINI DELL&#8217;AMICIZIA</strong>. Sulle panchine dei Giardini dell&#8217;Amicizia siedono strane coppie di giovani innamorati che cinguettano come gli uccelli (si sono impegnati a non superare i 140 caratteri per ogni frase pronunciata). Non si tratta di un semplice gioco (che qui chiamano Twitter), molti di loro sono convinti che l&#8217;informazione del futuro è il micro-giornalismo: veloce e minimalista, in grado di andare diritto al punto senza troppi fronzoli. Da queste parti passeggiano anche diversi blogger imborghesiti che vengono a trascorrere il sabato pomeriggio con i propri amici più intimi. Mentre, quelli più radicali hanno da tempo abbandonato la loro Casa Lunga (troppo scomoda da gestire e poi nel quartiere iniziava ad esserci smog) e stanno costruendo casette di ultima generazione (denominate FriendFeed) in grado di aggiornarsi automaticamente anche quando i proprietari sono a scorazzare al Luna Park.<br />
<strong><br />
CASE LUNGHE.</strong> È la zona più popolata di New Media City. Ed anche quella più multietnica e colorata. Non a caso si estende come una coda senza una fine. Per comprare casa da queste parti non servono molti soldi: WordPress, Splinder, Blogger e le altre compagnie di blogging mettono a disposizione tutta la terra che volete; serve solo un minimo di impegno per tirare su la propria dimora, e tanta passione per arredarla. Quali che siano i vostri interessi (dal cinema sovietico all&#8217;ufologia, come pure la botanica tropicale, la numismatica o semplicemente voi stessi), da queste parti c&#8217;è di sicuro qualcuno che ne sa più voi ma è disposto a scambiare quattro chiacchiere. Più che notizie fresche, troverete tanti commenti e molte polemiche su quello che succede in città.</p>
<p><strong>VILLE DELLE STAR.</strong> Come ogni quartiere sulla strada del trendy, anche quello dei blog è stato preso di mira dalle star dello spettacolo, della politica e del giornalismo. Che hanno deciso di concedersi la loro terza-quarta abitazione proprio da queste parti. Ovviamente non si sono accontentati di una normale &#8220;Casa Lunga&#8221;, ma si sono fatti costruire villette bene in vista e con tutta la servitù di contorno (redattori in livrea, ghost writer-maggiordomi, e via dicendo). Qualcuno, come il nostro Beppe Grillo, si è trasferito in pianta stabile qui, riuscendo addirittura a crearsi una seconda esistenza. Non solo star travestite da blogger, ma anche blogger che diventano star. È il caso di Huffington Post (ormai lanciatissimo sulla stada del mainstream) o di TechCrunch (la bibbia del giornalismo high tech). Ma la nostra villetta preferita resta quella, coloratissima, di Boing Boing.</p>
<p><strong>NANORESIDENCE.</strong> Mentre in piena blog-euforia la schiera di case lunghe andava crescendo senza controllo, a qualcuno è balenata l&#8217;idea: «E se andassimo ad abitare in un residence più pulito ed ordinato?» Sono così nati i residence dei blogger, case-comuni, spesso gestite dai nuovi imprenditori del settore: i nano-editori. Tutti gli appartamenti condividono la stessa struttura architettonica, ma ognuno ha il proprio tocco tematico e la propria ambizione. È il caso di Blogo.it, una delle più grandi piattaforme di nano-publishing italiane, che ricalca il successo dell&#8217;omologo statunitense Weblogs Inc. I residence attirano sempre più abitanti e pubblicità nelle casse dei palazzinari. Non a caso sono stati subito rilevati dai mediasauri del centro: Blogo è finito nella rete di Dada (Rcs Digital) e Weblogs è stata acquistata a peso d&#8217;oro da America Online (Aol).</p>
<p><strong>LUNA PARK.</strong> Un pupazzo rosso che galleggia nell&#8217;aria vi segnala che siete vicini alla zona dei divertimenti. Luna Park ma non solo. Pub, locali e club completano il panorama ludico-informativo dell&#8217;area. Gli abitanti di tutti i quartieri della città si riuniscono qui per approfondire, disarticolare, far viaggiare le news del giorno ma anche dell&#8217;istante prodotte da mediasauri, blogger e altri giornalismi. Tra politica e pettegolezzo come collante sociale, è qui che sempre più spesso si ridefinisce l&#8217;agenda pubblica. A seconda dei gusti, optate per un un locale &#8220;alla moda&#8221; come Facebook, il più popolare (e popolaresco) MySpace, le mostre fotografiche di Flickr o il cinema di quartiere (spesso di denuncia) targato YouTube. La nostra preferenza va comunque ai tavolacci dell&#8217;osteria ForumFree.net.</p>
<p><strong>VIALE DELL&#8217;AGGREGAZIONE</strong>. Grande progetto urbanistico che ha rimodellato la viabilità della città. Se l&#8217;ecosistema informativo di New Media City sopravvive in qualche modo al costante rischio di eccesso di inquinamento e di affollamento è anche grazie al Viale dell&#8217;Aggregazione e ai suoi molti affluenti. In questo reticolo confluisce e viene messo in circolo tutto o quasi il patrimonio digitale prodotto nei quartieri cittadini (spazzatura giornalistica compresa). Dire che è a prova di congestione sarebbe troppo. Accusarlo di completa inefficienza ingiusto. Come che sia, la sperimentazione e il dibattito sui migliori sistemi di smistamento e regolazione del traffico di notizie non si ferma. C&#8217;è chi propone un sistema di semafori basato solo sulla forza bruta e la capacità di calcolo di un algoritmo (GoogleNews) e chi pensa che la soluzione sia unire segnalazioni dei cittadini ad un meccanismo automatico in grado di favorire lo smistamento del flusso tenendo conto al contempo delle preferenze degli utenti (Digg, per esempio, tra i sistemi di aggregazione di notizie più popolari). Infine c&#8217;è chi preferisce occuparsi della viabilità della periferia e delle zone lontane dal centro ma non meno importanti per chi vive la città (GlobalVoices). Se avete mezzo pomeriggio provate ad avventurarvi lungo l&#8217;arteria principale e le stradine laterali. Sempre attenti, però, a non essere investiti.</p>
<p><strong>MERCATINO</strong>. Quando hanno qualche informazione da barattare, regalare o trafugare, gli abitanti di New Media City vengono qui, al mercatino delle pulci. Non troppo visibile ma non per questo poco frequentato. Anzi. Quando molti dei prodotti che circolano sono oltre il confine della legalità è meglio stare lontani da occhi indiscreti. Tutti vendono, tutti comprano, tutti scambiano tra questi banchetti peer-to-peer. In un mercato che è anche un po&#8217; nero si restringono i confini della proprietà (intellettuale) e si ridefinisce (al ribasso) il valore monetario e (al rialzo) quello sociale dell&#8217;informazione. Armatevi di un sandwich e trascorrete l&#8217;ora di pranzo osservando turisti e locali affollarsi presso lo stand di eMule, il più popolare, o in coda ordinata sotto l&#8217;insegna di BitTorrent, il più efficiente di tutti i sistemi di scambio di beni digitali della città.</p>
<p><strong>Info: <a title="http://visionpost.it/dlife/benvenuti-a-new-media-city.htm" href="http://visionpost.it/dlife/benvenuti-a-new-media-city.htm" target="_blank">Chips&amp;Salsa</a></strong></p>
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		<title>Domino’s Pizza danneggiata da un video</title>
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		<pubDate>Mon, 25 May 2009 17:01:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Feliciano</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<h3><img class="alignnone size-full wp-image-825" title="domino" src="http://www.factorysnc.com/blog/wp-content/uploads/domino.jpg" alt="domino" width="950" height="450" /></h3>
<p><span style="font-weight: bold;">STATI UNITI –</span> Non si scherza con il cibo nell&#8217;epoca dei media sociali. Soprattutto se sei una multinazionale del fast food. Per informazioni chiedere a Domino&#8217;s Pizza, catena americana da 1 miliardo e 400 milioni di dollari di fatturato, presente in 60 paesi del mondo che, dal punto di vista dell&#8217;immagine, sta vivendo uno dei momenti più difficili della sua storia. Tutta colpa di due dipendenti che hanno pubblicato su YouTube un video con le loro imprese, per così dire, “goliardiche” nella cucina di una pizzeria Domino&#8217;s di Conover, cittadina di 7.500 abitanti in North Carolina. Potenza della rete, mercoledì sera, prima che il file venisse rimosso dalla popolare piattaforma, era già stato visto più di un milione di volte. E mentre la notizia rimbalzava su blog, Twitter e magazine online, fa notare il <a href="http://www.nytimes.com/2009/04/16/business/media/16dominos.html?partner=rss&amp;amp;emc=rss" rel="nofollow" target="_blank"><span style="text-decoration: underline;">New York Times</span></a>, una ricerca su Google per il termine “Dominos” restituiva un link alla vicenda in 5 dei primi 12 risultati.</p>
<p><span style="font-weight: bold;">DISGUSTO IN CUCINA – </span>Una crisi di reputazione in piena regola ai tempi dei new media, dunque. Nel <a href="http://consumerist.com/5210648/" rel="nofollow" target="_blank"><span style="text-decoration: underline;">video incriminato</span></a>, infatti, uno dei due dipendenti (Michael Setzer, 32 anni) si infila pezzi di formaggio nel naso prima di guarnire i panini che sta preparando, ripete la stessa operazione con un peperone (che però, magnanimamente, getta nella spazzatura), starnutisce su alcuni alimenti e, dulcis in fundo, emette flatulenze su una fetta di salame. Il tutto accompagnato dai commenti e dalle risate della collega Kristy Hammonds, 31 anni, che registra la sequenza e parla di “ingredienti speciali”. <a href="http://www.goodasyou.org/good_as_you/2009/04/video-let-the-dominoes-appall.html" rel="nofollow" target="_blank"><span style="text-decoration: underline;">In un&#8217;altra sequenza</span></a>, Setzer lava le pentole con una spugna da cucina dopo essersela passata tra le natiche.</p>
<p><span style="font-weight: bold;">CICLONE NEW MEDIA – </span>I due sono stati prontamente licenziati. Accusati di contaminazione di cibo rischiano ora da 4 mesi a 1 anno di prigione, mentre il locale è stato chiuso e sottoposto a una trattamento igienizzante. Azioni doverose che non cancellano però le conseguenze per la reputazione per l&#8217;azienda, sorpresa dall&#8217;uragano alimentato dai nuovi media sociali. Da lunedì, secondo la società di analisi di mercato YouGov, la percezione degli utenti sulla catena è passata da positiva a negativa. Nel tentativo di gestire l&#8217;ondata, Domino&#8217;s ha anche aperto su Twitter, popolare servizio di microblogging, un account dedicato alla vicenda. Mentre Patrick Doyle, presidente di Domino&#8217;s Usa, ha pubblicato un video su <a href="http://www.youtube.com/watch?v=7l6AJ49xNSQ" rel="nofollow" target="_blank"><span style="text-decoration: underline;">YouTube</span></a> in cui si scusa sentitamente con i clienti e ringrazia la comunità virtuali per la tempestiva collaborazione. <a href="http://news.cnet.com/8301-17852_3-10220787-71.html?part=rss&amp;amp;subj=news&amp;amp;tag=2547-1_3-0-5" rel="nofollow" target="_blank"><span style="text-decoration: underline;">Online, tuttavia, c&#8217;è chi si chiede se questa sia stata una buona mossa.</span></a> Doyle non sembra a suo agio sul mezzo e molti i commenti al video risultano tutt&#8217;altro che lusinghieri.</p>
<div id="rectangle right" class="right"><!-- OAS AD '180x150'begin --><script type="text/javascript">// <![CDATA[
&lt;! 
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<p><span style="font-weight: bold;">LENTA REAZIONE – </span>Nel complesso, la vicenda è un&#8217;altra dimostrazione della rapidità e della peculiarità dei meccanismi di diffusione delle notizie nell&#8217;ecosistema dei nuovi media. Un ambiente a cui le aziende faticano ancora ad adattarsi. Tra i primi a fare emergere la notizia è stato il sito <a href="http://consumerist.com/" rel="nofollow" target="_blank"><span style="text-decoration: underline;">The Consumerist</span></a> i cui utenti, lunedì 13, hanno localizzato la pizzeria in oggetto. Martedì 14, dopo che il video era stato segnalato all&#8217;azienda, Domino&#8217;s ha licenziato i due dipendenti. Mercoledì 15 la news, già rilanciata da importanti testate online come HuftingtonPost, ha raggiunto<a href="http://www.wcnc.com/news/local/stories/wcnc-041409-mw-dominos.d6131911.html" rel="nofollow" target="_blank"><span style="text-decoration: underline;"> i media locali </span></a>e grandi testate nazionali come il <a href="http://www.nytimes.com/2009/04/16/business/media/16dominos.html?partner=rss&amp;amp;emc=rss" rel="nofollow" target="_blank"><span style="text-decoration: underline;">New York Times</span></a>. Per stessa ammissione dei rappresentanti di Domino&#8217;s, la reazione della multinazionale è stata intempestiva. Come riporta il New York Times, gli alti dirigenti della catena hanno preferito non rispondere in modo aggressivo. “Abbiamo trascurato l&#8217;effetto delle sensazioni virali che si propagano in modo esponenziale [mushroom effect, ndr]”, ha ammesso Tim McIntyre, portavoce dell&#8217;azienda.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p class="footnotes">Info: <span class="modified"><strong><a href="http://mastroblog.wordpress.com/2008/05/08/chips-salsa-sommario-8-maggio-2008/" target="_blank">Chip and salsa</a></strong><br />
</span></p>
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		<title>Video, Youtube e Email marketing</title>
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		<pubDate>Wed, 06 May 2009 08:12:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>federico</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Un video immortala la realtà, ferma il tempo per alcuni attimi. I soggetti del filmato restano infinitamente identici a se stessi. Nessun...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone size-full wp-image-649" title="senza-titolo-1" src="http://www.factorysnc.com/blog/wp-content/uploads/senza-titolo-1.jpg" alt="senza-titolo-1" width="842" height="473" /></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Un video immortala la realtà, ferma il tempo per alcuni attimi.</strong></p>
<p>I soggetti del filmato restano infinitamente identici a se stessi. Nessun cambiamento. Un astratto ricordo diventa oggetto tangibile. La curiosità, la sorpresa, l’emozione assumono caratteri trasmissibili e ripetibili, non univoci. Ogni fotogramma è un’interpretazione della realtà, un punto di vista: la prospettiva del creatore in quello determinato luogo e in uno specifico momento.</p>
<p><strong> In passato, solo la genialità di un grande regista poteva creare un video</strong>, un prodotto dell’arte; l’aspetto comunicativo ha poi preso il sopravvento: il video è diventato documentazione e racconto degli eventi di un’associazione, delle progressioni di un’azienda, del quotidiano di ogni uomo. Chiunque, con semplici mezzi, può realizzare e condividere un video: questa filosofia sta alla base di Youtube, lo strumento per la condivisione di video e filmati, nato nel 2005 e che possiede circa 20 milioni di visitatori mensili.</p>
<p><strong> Un potenziale comunicativo del genere è un valido alleato dell’email marketing</strong>. Un video messaggio inserito in un’email attraverso un link e commentato con frasi ad hoc, costituisce uno strumento di comunicazione immediato ed efficace.<br />
“Ti posso rubare 20 secondi? Ho una cosa importante da dirti: guarda subito il video!”. Una campagna di email marketing con tali contenuti risulterebbe assolutamente originale, i video messaggi inoltre potrebbero essere personalizzati a seconda del ricevente, magari con la registrazione di più video analoghi e con l’inserimento sullo sfondo di elementi che contraddistinguono, ad esempio, la città del destinatario: l’effetto sorpresa è assicurato.</p>
<p><strong>Non si può sottovalutare l’impatto emotivo </strong>che si crea nel vedere comparire improvvisamente il faccione simpatico di chi, prima di allora, si era conosciuto solo per iscritto o al massimo telefonicamente: la comunicazione diviene diretta, le distanze si accorciano, il prodotto proposto assume connotati familiari e umani. La mimica facciale, la comunicazione che si genera anche solamente con uno sguardo, diventa strumento potente di dialogo: chi si fa conoscere, chi si espone direttamente, non ha nulla da nascondere e genera fiducia.</p>
<p><strong> L’obiettivo di una email è quello di coinvolgere:</strong> un video è certamente più attraente delle classiche frasi “Scopri l’ultima offerta” o “Visita il mio sito” e la comunicazione è notevolmente più veloce. In pochi istanti si possono esplicitare quei tanti concetti per il testo scritto non è capace di sintetizzare: è sufficiente solo un po’ di creatività. L’email marketing in questo modo diventa fantasia!</p>
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		<title>Elite Networks</title>
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		<pubDate>Thu, 30 Apr 2009 13:46:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>federico</dc:creator>
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		<description><![CDATA[L’universo di internet ha subito un forte scossone con l’esplosione dei social network. Questi si sono strappati il successo...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone size-full wp-image-640" title="factorysnc_web_5" src="http://www.factorysnc.com/blog/wp-content/uploads/factorysnc_web_5.jpg" alt="factorysnc_web_5" width="950" height="450" /></p>
<p><strong>L’universo di internet ha subito un forte scossone con l’esplosione dei social network. </strong>Questi si sono strappati il successo l’un con l’altro a suon di numero di utenti: come nel caso della sfida myspace-facebook vinta (pare) dal secondo. Accanto a questi network di massa, però, è sorta una piccola giungla di social network minori e esclusivi. Stiamo parlando dei cosiddetti élite networks, come ad esempio  <a title="http://www.asmallworld.net/" href="http://www.asmallworld.net/" target="_blank">www.Asmallworld.net</a> (il più famoso e gettonato, e forse per questo ormai meno esclusivo), fondato nel 2004 da Erik Wachtmeister, figlio di un ambasciatore svedese già abituato a frequentare l’alta società. ASW, come lo chiamano i membri, è un network ad ingresso gratuito riservato,che conta circa 300000 iscritti tra cui 15000 direttori generali 4000 laureati ad Harvard e personalità del calibro di Naomi Campell, Quentin Tarantino e Tiger Woods.</p>
<p><strong>Ci si può iscrivere o mandando la propria richiesta con CV completo, </strong>che verrà poi posta al vaglio per l’accettazione, o ricevendo un invito da un membro che ha questa facoltà (possono solo i trusted members, i soci anziani). Quello che salta agli occhi degli élite networks ad accesso riservato è la diminuzione del fine sociale del network stesso con uno speculare aumento di quello business. Nella giungla degli Elite Networks In generale, potremmo dire,  anche in altri network ancor più esclusivi che vi citerò a breve, più la cerchia degli iscritti è ristretta più aumenta il fine business del network, spesso con veri e propri servizi dedicati.</p>
<p><strong>In ASW, i membri condividono informazioni sugli stili di vita che conducono,</strong> quindi facilmente si trovano annunci di vendita di case a Montecarlo, richieste di una location di lusso a Londra o New York per un evento o ancora consigli sul mantenimento e il tuning di una Bentley, domande sul fitto di un jet o su quali rotte percorrere con il proprio yacht per sfuggire ai pirati al largo dell’ Africa. Tutte esperienze che per la loro particolare esclusività e costo creano già di per sé un mondo a parte, senza bisogno di limitare gli inviti per iscriversi!! Un comune mortale avrebbe infatti ben poco da condividere con questo genere di richieste e, anche se iscritto, resterebbe comunque alla finestra di questa luxury social class. E’ quindi automatico ed ovvio che si vengano a creare facili opportunità di business per chi già condivide quel mondo anche nel reale e trova in questo “socialiness” (social-business) network un’ottima opportunità per realizzarli.</p>
<p><strong>Sull’ onda di ASW in Italia è nato <a href="http://www.aupat.com/">AUPAT.it </a>(acronimo di Aggiungi Un Posto A Tavola)</strong> fondato nel 2005 da  amici bolognesi per unire le proprie reti di amicizie, è diventanto  in 3 anni l’èlite network italiano per eccellenza con ormai quasi 15000 iscritti. Come per ASW si può entrare solo per invito personale di un membro, diminuendo così la probabilità di avere all’interno della community persone indesiderate, come fruitori di spam, così da rassicurare gli affiliati mostrando un ambiente che sembri familiare. Gli “aupattiani” come gli stessi membri si definiscono, sono professionisti, esperti di vari settori, personalità del marketing, imprenditori e artisti che si possono incontrare condividendo gli aspetti della propria vita e i pareri, o promuovendo eventi e iniziative.</p>
<p><strong>Il sito, edito dalla web agency <a href="http://www.molluscobalena.it/">Mollusco &amp; Balena</a>, si è evoluto negli anni, </strong>ed ha subito un grosso restyling che ha aumentato le possibilità relazionali tra gli utenti, facilitando pubblicità e acquisti. Si è  teso a creare quindi un collegamento preferenziale biunivoco tra imprese, che possono incentrare la comunicazione verso un target di medio-alto profilo, e professionisti presenti sul network, che possono fruire di prodotti, anteprime ed eventi privilegiati.</p>
<p><strong>Naturalmente Asmallworld e AUPAT sono solo i primi e maggiori alberi</strong> della giungla internazionale ed italiana, vi sono networks che paiono ben più esclusivi e business oriented. Ripartiamo quindi da quello che, anche se gratuito, sembra uno dei più prestigiosi ed inaccessibili (e il nome la dice lunga), <a href="http://www.totalprestige.com/">www.TotalPrestige.com</a>, solo 700 iscritti (cifra indicativa non ufficializzata), tra cui petrolieri arabi e alta finanza newyorkese con un circuito di partner e clienti che arriva a 50000 persone di entourage.</p>
<p><strong>L’organizzazione fu fondata da Rose Marie Perez nel 1993 in Svizzera come circolo d’élite.</strong> Nel 2005 la sede si è trasferita negli USA ed è sbarcato on line, attraendo l’attenzione di persone come Frank de Rose, referente del fondo d’investimento Ferrata capital, il quale ha deciso di investirci un miliardo di dollari per farla diventare una community 2.0 estremamente ristretta, che si occupi di offrire le migliori possibilità di business ai propri selezionatissimi membri. Il sito offre un completo carnet di luxury services ai propri affiliati, dagli inviti per gli eventi più esclusivi (ma proprio i più inavvicinabili!), alla completa conciegerie, quindi reservation nei posti più esclusivi al mondo, noleggio di jet , yacht e limousine.</p>
<p><strong>Ovviamente, come detto prima, la parte più importante resta il servizio business e di trading, </strong>oltre alla creazione ad hoc di eventi e meeting esclusivi, viene infatti offerto un servizio di buyer/seller research (il prezzo della ricerca ed intermediazione è basato sul volume d’affari cercato, si parte da 10000 dollari), con un’ulteriore percentuale (tra il 5 ed il 10%) nel caso il contratto con la controparte proposta vada a buon fine. Tutti i network che sto citando ,vi ricordo, sono ad invito diretto da parte di un membro che ne abbia il diritto. Il gestore si riserva, però, il diritto di accettazione e si può essere espulsi molto facilmente con comportamenti che non rispettino il rigoroso life style del sito o si dia l’impressione di essere degli scalatori sociali.</p>
<p><strong>Un discorso a parte merita il network </strong><strong>Ning, </strong>fondato dal mito di internet Marc Anderseen (creatore del primo browser web Mosaic e di Netscape). Ning, nato nel 2005, è una piattaforma per la creazione di social network personalizzati, il primo “user generated social network”, con cui ognuno può crearsi la propria cerchia di amicizie, legata magari da interessi comuni. Composto ormai da più di 300000 social networks privati, il suo successo è dovuto anche all’estrema interfacciabilità del sito con gli altri social media come Flickr, Facebook e Myspace.</p>
<p><strong>Al suo interno sono nati ovviamente diversi private network d’élite ispirati ai precedenti,</strong>votati però maggiormente a essere single club da rimorchio o liste di lusso per inviti a feste private e particolari, con la possibilità quindi  contatti high level e riservati. Tra questi vi cito <a href="www.asinnercircle.com">www.asinnercircle.com</a>, più conosciuto, <a href="www.exclusiveroyalhighsociety.com">www.exclusiveroyalhighsociety.com</a> e <a href="http://www.world-elite.ning.com/">www.world-elite.ning.com</a>.</p>
<p><strong>Gli stessi VIP infatti si sono ultimamente “democratizzati”</strong> iscrivendosi ai social networks popolani (Facebook, Myspace, Twitter) ed usandoli attivamente sia con i propri fans che fra di loro, alla ricerca dell’ozioso e puro contatto “umano”. Si è trovata così la perfetta formula di marketing relazionale, per una persona che vive della sua fama, un contatto non freddo e autoreferenziale come un sito personale, ma un account FB che si tuffi nella mischia della folla senza fartene sentire la ressa.</p>
<p><strong>Il carattere elitario di questi inaccessibili siti non è altro che l’esemplificazione</strong> della sempre maggior aderenza della rete al mondo reale di chi se ne avvale e del suo proporsi sempre più come un mondo non lontano e distaccato ma come un’estensione della società, che la stessa sta assimilando come parte integrante del suo vivere ed evolversi. Si rispecchiano così alla perfezione nella rete gli stili di vita del reale, nonché le implicazioni sociologiche e psicologiche che tutti affrontiamo per relazionarci con gli ambienti che incontriamo. Questo d’altronde spiega anche l’estremo successo di FaceBook, con una crescita mondiale del 2700% nell’ultimo anno ed ancor più vertiginosa in Italia, dove ha trovato nella nostra cultura cameratesca e malata di protagonismo sociale spicciolo (che ha invaso già da tempo le televisioni, con programmi di livello sempre più scadente) un terreno estremamente fertile di sviluppo.</p>
<p>Info <strong><a href="http://www.ninjamarketing.it/2009/04/24/nella-giungla-degli-elite-networks/">NinjaMarketing</a></strong></p>
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		<title>Internet: chiave di volta del Turismo</title>
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		<pubDate>Wed, 29 Apr 2009 10:23:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Feliciano</dc:creator>
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		<description><![CDATA[L’ultimo rapporto di Ernest &#038; Young LLP sull’andamento del settore alberghiero in USA nel 2008, è accompagnato dalle previsioni sui...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone size-full wp-image-635" title="vacanze1" src="http://www.factorysnc.com/blog/wp-content/uploads/vacanze1.jpg" alt="vacanze1" width="950" height="450" /></p>
<p><strong>L’ultimo rapporto di Ernest &amp; Young LLP sull’andamento del settore alberghiero in USA nel 2008,</strong> è accompagnato dalle previsioni sui trend che andranno ad influenzare questo 2009: 10 riflessioni su fattori centrali da tenere d’occhio nell’anno nuovo. Tra questi spicca il terzo punto, “Tecnologia: affidarsi al brand name e ad Internet”, in cui si riconosce la fondamentale importanza del web quale principale canale di branding, promozione e vendita per l’hotel.</p>
<p><strong>Previsioni 2009: la differenza la farà Internet</strong><br />
Secondo il rapporto, nonostante il declino delle attività nel 2008, le performance operative del settore sono rimaste proficue, perché gli albergatori si sono concentrati sul controllo dei costi e sul mantenimento dei profitti. Nel 2009 si prevede che proseguiranno in questa direzione, impiegando le proprie energie sul rafforzamento del brand e su di una potenziata comunicazione via Internet.</p>
<p><strong>Riferendosi direttamente a un recente studio di Google,</strong> secondo il quale un terzo dei viaggiatori ha organizzato il proprio soggiorno sulla base di recensioni trovate online su TripAdvisor, Yapta, Travel Muse e Concierge, e il 33% degli intervistati ha cambiato piano di viaggio sulla base di queste stesse recensioni, Ernest &amp; Young suggerisce a tutti gli operatori turistici di incentivare la propria presenza e attività su Internet.</p>
<p><strong>Mentre il settore industriale subisce una flessione economica,</strong> sia le catene alberghiere sia gli hotel indipendenti si preparano ad utilizzare le tecnologie più all’avanguardia per guadagnare prenotazioni attraverso i propri canali distributivi, con particolare attenzione al web e agli intermediari online.</p>
<p><strong>La ricchezza di informazioni disponibili su Internet,</strong> rende più semplice ai consumatori trovare potenziali hotel. Secondo il “2008 National Leisure Travel Monitor”, che riassume una ricerca condotta su 2.100 viaggiatori leisure in America, tra coloro che hanno utilizzato siti di viaggio o di hotel per fare una prenotazione alberghiera, approssimativamente i tre quarti hanno l’hanno portata a termine direttamente online – un numero nettamente superiore al 2007.</p>
<p><strong> Internet: a tutti le stesse possibilità di emergere</strong><br />
È chiaro che non solo le grandi catene alberghiere, ma anche i piccoli e medi hotel indipendenti avranno maggiori possibilità di catturare la loro quota di mercato online: la loro performance sarà il vero test per dimostrare come il web sia capace di offrire a tutti le stesse possibilità di emergere e conquistare una solida clientela durante questo periodo di flessione. Relativamente a questo, E &amp; Y individua come i motori di ricerca turistici stile Kayak e Sidestep potrebbero diventare un mezzo privilegiato per ottimizzare la relazione tra gli hotel e i potenziali clienti, dal momento che questi canali operano sulla base di modelli pubblicitari ed eliminano la necessità di affidarsi a siti di intermediari pagando alti costi di commissione. Kayak e Sidestep infatti offrono agli operatori turistici la possibilità di acquistare link sponsorizzati (che puntano al sito web dell’hotel), promozioni e newsletter targettizzate e guadagnano direttamente in base ai click sulle pubblicità delle sue pagine.</p>
<p><strong>Il potere del passaparola: UGC e social networks</strong><br />
Fattore decisivo nel processo di acquisto dell’utente sembra essere ancora una volta il passaparola, la diffusione virale di informazioni via social media, tra cui blog, social network, e siti turistici UGC come TripAdvisor, Yapta, Travel Muse e Concierge.<br />
Come più volte sottolineato, gli user-generated content sono molto importanti per i viaggiatori e hanno una forte influenza sul processo decisionale. Prima di prenotare un soggiorno in un albergo, i potenziali clienti usano questi mezzi per conoscere le altrui esperienze, sia per quanto riguarda la qualità del servizio che per l’albergo e le sue caratteristiche. Ecco perché i proprietari di strutture ricettive dovranno impegnarsi a migliorare le proprie strategie per gestire la reputazione online e per mantenere alto il nome del proprio brand (guadagnando anche posizioni nel ranking dei siti tipo TA).</p>
<p><strong> Puntare sul branding e su Internet: la tecnologia che fa la differenza</strong><br />
In questo momento così turbolento per l’industria alberghiera, le aziende dovranno puntare sul servizio, sul brand e sulle ultime tecnologie per emergere e differenziarsi dai competitors, per ottenere risultati importanti. È indubbio che la presenza del brand sulla rete sia destinato a diventare un fattore decisionale sempre più importante per gli albergatori nella scelta degli operatori turistici a cui affidarsi per la pianificazione delle proprie strategie.</p>
<p>Info <strong><a href="http://www.bookingblog.com/internet-chiave-di-volta-del-turismo-2009/">bookingblog</a></strong></p>
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