
Su Twitter ogni messaggio risponde a una domanda precisa: “Che stai facendo?”. Il risultato può essere molto noioso. È più interessante sapere perché lo stai facendo, scrive Michael Lopp.
L’arte della sottrazione è una delle lezioni più importanti che ho imparato in anni di scrittura, e l’arrivo di Twitter è una conferma della sua importanza. Ci sono due tipi di tweet. Quelli che contengono materiale originale, in cui chi scrive dice qualcosa agli altri. E quelli in cui chi scrive segnala agli altri qualcosa che ha letto in giro: per semplicità, li chiameremo “retweet”.
Natura impulsiva. Ogni tweet si manifesta all’improvviso: magari sono in riunione e qualcuno dice qualcosa che, be’, è perfetto per Twitter. Ultimamente è diventata una vera fissazione. Mi succede spesso d’interrompere un discorso importante dicendo: “Questo è un tweet”. E subito mi chiedo se devo dargli una sistemata. All’inizio lo facevo per praticità: ogni tweet non deve superare i 140 caratteri, quindi contavo le battute con Write Room. Lo so, anche Twitter lo fa, ma io ho bisogno di una finestra più grande. Non mi piace scrivere in un riquadro, preferisco lavorare a tutto schermo. Quindi apro Write Room e comincio a tagliare. Lo faccio soprattutto per arrivare al succo della questione. Un buon metodo è evitare le parole complicate. Perché utilizzare, quando si può usare? E poi distribuire le parole in modo che rimanga spazio per pensare. Nei miei tweet prima scrivo, poi riduco all’essenziale.
PRIMA: Quando sono le 4, sono sempre molto stressato.
DOPO: Dallo stress direi che sono le 4.
Twitter ha una natura impulsiva e riflettere troppo su cosa scrivere può sembrare un controsenso. Ma dipende da come lo usate: io voglio che i miei messaggi abbiano un tocco artistico e che ogni parola abbia la massima attenzione. La domanda che Twitter ti fa è: “Che stai facendo?”. Ma io non rispondo mai, perché il 95 per cento della mia giornata vi annoierebbe a morte. Sul serio. Per esempio, ora sono in un caffè, da solo. La cosa interessante, però, è il motivo per cui sono qui. Il tweet è: “Evito una riunione che odio”.
È un passo mentale in più rispetto a dire semplicemente cosa sto facendo. È un momento di introspezione in cui i dettagli di una giornata normale si trasformano in una deliziosa terapia di gruppo. Secondo me i retweet hanno lo stesso problema della risposta diretta alla domanda “Cosa stai facendo?”. Quando leggo un retweet penso: “E allora?”. Lo so, mi state segnalando un link, ma a me non interessa solo il contenuto: voglio sapere cosa ne pensate. Fantastico, volete segnalarmi un articolo. Qual è la frase che vi ha affascinato di più?
PRIMA: Grafico del New York Times, prezzi immobiliari nelle città campione: bit.ly/4CjL (@khoi)
DOPO: Cavolo, guardate Phoenix: bit.ly/4CjL (@khoi)
Esistono decine di siti che segnalano link interessanti, ma spesso mancano di personalità. Non ho bisogno di un altro elenco di link: su Twitter segui le persone, non i contenuti.
Buoni motivi. Dopo una breve ricerca, ho scoperto che le parole inglesi hanno in media otto caratteri. Mescolando qualche parola, alcuni spazi e un po’ di punteggiatura, in un messaggio di 140 battute ci sono tra le quattordici e le venti parole. Diciamo quindici. Per me l’arte del tweet non dipende solo dalla quantità di cose che riuscite a comunicare in un messaggio molto breve. È anche il modo in cui prendete un’idea, ci aggiungete del vostro e la trasmettete a qualcun altro che, se gliene date un buon motivo, seguirà il vostro esempio.
INFO: MICHAEL LOPP

