Try it again, Yahoo…

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Intervista a David Filo, fondatore di Yahoo!, in occasione dell’Hack Day di Londra. Ritratto di un’ex stella della rete, ora in crisi di identità e pronta a rimettersi in discussione.

A un certo punto non capisci bene dove sei finito. Il salone, abituato a ospitare le convention delle trade union londinesi, è zeppo di gente frenetica. Un melting pot delle nuove moltitudini digitali. Ti guardi attorno, spaesato. C’è quello che sembra arrivare da un concerto punk, quello che invece lo vedresti bene in una pellicola di Ken Loach sulla periferia inglese. C’è il geek, lo “smanettone”, abituato a una sequenza interminabile di notti insonni davanti al pc. Il ragazzo di buona famiglia, la studentessa, il quarantenne consulente informatico. Alcuni, per esserci, si sono fatti fino a dieci ore di aereo. Mouse, tastiere e occhi sfiniti ti circondano. Dopo ore, lo schermo gigante abbandona slide e grafici e si concentra su un più evocativo “Blade Runner”. Parte il boato. E allora sorridi, perché di colpo ti senti a casa.

L’Open Hack Day di Londra è stato anche questo. Non solo una maratona di due giorni (9 e 10 maggio) organizzata da Yahoo alla presenza di quasi 300 sviluppatori, ingegneri, cultori dell’hacking, evangelizzatori e appassionati. Non solo una gara a costruire applicazioni 2.0 utilizzando le piattaforme di supporto “Open Strategy” del colosso di Sunnyvale. Piuttosto, un incubatoio di idee e progetti. In mezzo al quale si aggirava David Filo, fondatore di Yahoo e hacker ante litteram. Difficile, infatti, pensare alla tripla W senza farne coincidere la storia recente con quella dell’azienda di Sunnyvale. Nel 1994 David Filo e Jerry Yang, allora studenti di Stanford, crearono un piccolo database dei loro siti web preferiti, aggiornato a mano con l’aiuto di amici e parenti. Due anni dopo quella lista di pagine si chiamava Yahoo!, aveva bilanci da record e si stava preparando al grande passo in direzione Wall Street. Poi si sa come è andata: 12 mila dipendenti e una media di 500 milioni di visite al mese.

Ora a casa Yahoo si respira un’aria ben diversa: Jerry Yang è in minoranza dopo aver osteggiato l’acquisizione da parte di Microsoft e al suo posto è stata messa la “lady di ferro” Carol Bartz. Intanto è fallito il matrimonio Google-Yahoo per la pubblicità online, dopo i dubbi espressi dall’Antitrust americano. Svanita la possibilità di una boccata d’ossigeno, Yahoo cerca di rigenerarsi altrove. E lo fa condividendo know-how e tecnologie con sviluppatori di mezzo mondo, alla ricerca delle migliori soluzioni per il prossimo salto quantico del web.

In tutto ciò David Filo rappresenta l’anima primigenia di Internet. Quella più votata alla tecnologia e alla condivisione di idee e risorse. Il fronte ristretto di chi il web di massa lo ha visto nascere, lo ha fatto crescere. Senza mai considerarlo una mera questione di bilanci e cordate. Oggi, quindici anni dopo – felpa, jeans e scarpe da skater – il miliardario più low profile della California, ci racconta la rete. Dal suo punto di vista.

Quando gli chiediamo come ha vissuto il passaggio dalla prima internet alla seconda (meglio conosciuta come web 2.0) e come sta cambiando il concetto di motore di ricerca, Filo riconosce che «il web sociale dà la possibilità di cercare informazioni anche in altri ambiti, ad esempio in mezzo ai preferiti dei tuoi contatti personali, e questo è sicuramente un grande aiuto per filtrare le informazioni sulla base della loro rilevanza. La ricerca sta diventando sempre più personalizzata, eppure credo ci sia bisogno di un’infrastruttura generale che consenta una più ampia ricerca in tutte le componenti del web, quindi non solo nelle pagine dei siti. È uno degli aspetti su cui stiamo lavorando. Vogliamo fare in modo che servizi come My Web 2.0 o Delicious (due applicazioni per salvare e condividere i propri bookmarks – NdR) diventino strumenti attivi per aiutare l’utente a migliorare la sua esperienza di ricerca e la qualità delle informazioni ricevute». Come dire, il portale della prima internet ora deve diventare anche social network. E la parola-chiave secondo Filo è integrazione: «Bisogna integrare il web sociale in tutti i suoi aspetti, intrecciandone la filosofia di fondo con i servizi tradizionali. Noi stiamo lavorando principalmente su Flickr, il portale di condivisione di foto e immagini, ma anche su Mail o Messenger. Un altro esempio sono le News: gli utenti oggi possono segnalarsi a vicenda le notizie che ritengono interessanti, semplicemente scambiandosele via chat». Ma perché ci sia vera integrazione bisogna anche aprire il proprio codice agli sviluppatori esterni. Ed è proprio questo il progetto più grande su cui ora Yang e Filo si stanno impegnando dopo il lancio di Open Strategy. «Abbiamo speso gran parte del 2008 a lavorare sull’infrastruttura, per costruire le basi di questo cambiamento. Oggi iniziamo a vedere i risultati di questo sforzo: primo tra tutti, proprio l’ampliamento delle possibilità offerte ai nostri utenti. A soddisfarmi sono soprattutto Boss e SearchMonkey, le due piattaforme che consentono di programmare un motore di ricerca personalizzato e gestire in modo nuovo le informazioni ottenute. Finora hanno ottenuto buoni risultati e continuano a rappresentare la spina dorsale della nostra Open Strategy».

Lasciamo per un momento il web, almeno in senso stretto, e passiamo ad un altro argomento di forte attualità: la crisi di quotidiani e periodici. Motori di ricerca e aggregatori finiscono sempre sul banco degli imputati ogni qual volta vengono diffuse le cifre (in profondo rosso) dell’industria editoriale. Ma secondo Filo la crisi può essere superata solo se «i media tradizionali si avvicinano al più presto a internet. Per molti anni non hanno voluto avere niente a che spartire con il web, ma oggi le cose sono destinate a cambiare. Lo scorso settembre abbiamo lanciato negli Stati Uniti una nuova piattaforma interattiva per l’advertising digitale (la piattaforma Apt – NdR), tramite cui stiamo lavorando a fianco di alcuni gruppi editoriali locali. Dal loro punto di vista, invece di gestire da soli la vendita degli spazi pubblicitari, sono in grado di appoggiarsi al nostro network». Nel solco del modello inaugurato felicemente da Google ma con pubblicità visive e banner al posto di quella testuale di Google AdWords. «I quotidiani possono così contare sul nostro apporto per raggiungere le loro community di riferimento. E questo è solo un esempio di come è possibile lavorare assieme nell’online e, allo stesso tempo, avvicinarsi alle logiche della rete». Logiche che ormai non riguardano soltanto l’internet che navighiamo dagli schermi dei nostri pc, ma anche quella dei dispositivi mobili: «Per noi il mobile è un aspetto molto importante, su cui contiamo di investire molto anche nel prossimo futuro. Anche perché telefonini con schermi sempre più grandi e maggiore potenza di calcolo, supportati da reti sempre più veloci, consentono all’intero comparto dei servizi dedicati di produrre innovazioni utili e interessanti. A partire dalla “social location” (la tecnologia che consente di condividere la propria posizione geografica, rilevata dal Gps o tramite la triangolazione delle celle del network mobile – NdR)».

A proposito di cambiamenti, non potevamo finire la nostra chiacchierata senza chiedere a uno dei veterani più giovani del web, di cosa si parlerà di qui al 2010, dopo i tormentoni Second Life e Facebook: «Non è facile dirlo: non so su cosa si fisseranno i mass media nei prossimi mesi. Certo è che, sul lato degli utenti, l’apertura delle piattaforme a servizi terzi sarà un tema nevralgico da qui in avanti. Poi, viene da aggiungere l’importanza dei dispositivi ‘alternativi’, quelli in grado di sganciare l’esperienza del web dal normale computer. Penso quindi al mobile, ma anche alle applicazioni web per la televisione. Sul lato tecnologico, invece, direi il ‘cloud computing’, che consente di distribuire la potenza di calcolo su server e utilizzare i software come fossero servizi online. È un settore sempre più maturo».
Articolo pubblicato su Chips&Salsa-Il Manifesto del 23 maggio 2009

INFO: CHIPS&SALSA

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